Dalle capre alle vacche, dal prato al pascolo: la filiera del latte diventa un modello di bellezza, bontà e sostenibilità.
Un’esperienza immersiva per riscoprire il valore autentico del latte e della trasformazione artigianale, tra natura, gesti antichi e sapori veri.
Un viaggio lento che parte dall’acqua e dall’erba dei prati, attraversa la cura degli animali e arriva fino al formaggio fresco fatto con le proprie mani.
A partire da Giovedì 12 Marzo – tutti i giovedì alle Ore 20
Introduzione - un po’ di Storia
L’allevamento della vacca da latte e la produzione casearia sono stati per secoli il cuore pulsante delle aziende agricole del milanese e di gran parte della Pianura Padana, il perno attorno al quale ruotavano l’economia e la vita sociale della cascina. Questo indirizzo produttivo ha influenzato profondamente l’architettura rurale locale: la presenza di stalle storiche di notevoli dimensioni rappresenta, infatti, una caratteristica unica nel panorama edilizio italiano.
L’80% delle coltivazioni era destinato al sostentamento del bestiame e la cascina si configurava come un organismo autosufficiente. L’unico elemento esterno era la luce del sole, motore della fotosintesi; per il resto, i campi — coltivati rigorosamente in rotazione con leguminose, cereali, riso, prati e pascoli — producevano tutto il necessario per uomini e animali. L’allevamento garantiva inoltre il letame, allora unico e indispensabile nutrimento per il terreno: un perfetto esempio di economia circolare ante litteram, ecosostenibile e produttiva.
La ricchezza di acque risorgive e l’invenzione della Marcita (sviluppatasi proprio in queste terre tra Ozzero e Morimondo a partire dal Medioevo) hanno trasformato l’Abbiatense in uno dei poli lattiero-caseari più importanti al mondo, nonché in un modello di eccellenza agroambientale.
In un’epoca priva di frigoriferi e trasporti refrigerati, tutto il latte prodotto nella cascina lombarda doveva essere trasformato immediatamente in loco. In una realtà come la Caremma di un tempo, con una stalla da 100 vacche in mungitura e circa 2000 litri di latte al giorno, la figura del «laté» (il casaro) era fondamentale. Il casaro era spesso un “imprenditore” esterno al sistema agricolo: acquistava la materia prima dall’azienda, la lavorava nel proprio laboratorio e rivendeva i latticini.
Oggi, Cascina Caremma ha ripreso le fila del sogno originario di ripristinare l’intera filiera. Il percorso è iniziato quattro anni fa con l’allevamento di capre Camosciate delle Alpi, a cui seguiranno a breve la reintroduzione delle vacche Pezzate Rosse e la realizzazione di un nuovo caseificio interno.
Introduzione - un po’ di Storia
L’allevamento della vacca da latte e la produzione casearia sono stati per secoli il cuore pulsante delle aziende agricole del milanese e di gran parte della Pianura Padana, il perno attorno al quale ruotavano l’economia e la vita sociale della cascina. Questo indirizzo produttivo ha influenzato profondamente l’architettura rurale locale: la presenza di stalle storiche di notevoli dimensioni rappresenta, infatti, una caratteristica unica nel panorama edilizio italiano.
L’80% delle coltivazioni era destinato al sostentamento del bestiame e la cascina si configurava come un organismo autosufficiente. L’unico elemento esterno era la luce del sole, motore della fotosintesi; per il resto, i campi — coltivati rigorosamente in rotazione con leguminose, cereali, riso, prati e pascoli — producevano tutto il necessario per uomini e animali. L’allevamento garantiva inoltre il letame, allora unico e indispensabile nutrimento per il terreno: un perfetto esempio di economia circolare ante litteram, ecosostenibile e produttiva.
La ricchezza di acque risorgive e l’invenzione della Marcita (sviluppatasi proprio in queste terre tra Ozzero e Morimondo a partire dal Medioevo) hanno trasformato l’Abbiatense in uno dei poli lattiero-caseari più importanti al mondo, nonché in un modello di eccellenza agroambientale.
In un’epoca priva di frigoriferi e trasporti refrigerati, tutto il latte prodotto nella cascina lombarda doveva essere trasformato immediatamente in loco. In una realtà come la Caremma di un tempo, con una stalla da 100 vacche in mungitura e circa 2000 litri di latte al giorno, la figura del «laté» (il casaro) era fondamentale. Il casaro era spesso un “imprenditore” esterno al sistema agricolo: acquistava la materia prima dall’azienda, la lavorava nel proprio laboratorio e rivendeva i latticini.
Oggi, Cascina Caremma ha ripreso le fila del sogno originario di ripristinare l’intera filiera. Il percorso è iniziato quattro anni fa con l’allevamento di capre Camosciate delle Alpi, a cui seguiranno a breve la reintroduzione delle vacche Pezzate Rosse e la realizzazione di un nuovo caseificio interno.













